Home Scienza “Magnetar” è una stella diversa dalle altre!

“Magnetar” è una stella diversa dalle altre!

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Scoperta la più giovane stella della famiglia delle magnetar, stelle prodotte dall’esplosione (e dalla morte) di altre stelle, di cui sappiamo ancora poco.

Nel marzo 2020 un gruppo di astronomi, grazie al telescopio spaziale Swift, ha scoperto una stella che fu chiamata con la sigla J1818.0-1607. Successivamente la stella è stata studiata anche con il telescopio spaziale Chandra, che ne ha seguito l’evoluzione e studiato le fortissime emissioni di raggi X (J1818.0-1607 si trova a circa 21.000 anni luce da noi e quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi).

CAMPO MAGNETICO. J1818.0-1607 è una magnetar, una stella che appartiene alla grande famiglia degli oggetti dell’Universo sui quali abbiamo ancora molto da scoprire. Al momento sappiamo che le magnetar sono stelle composte unicamente da neutroni, giunte al termine della loro vita dopo una serie di violente esplosioni; a differenza di un “normale stella a neutroni”, una magnetar possiede un campo magnetico (ecco spiegata una parte del nome) estremamente intenso che è la causa dell’emissione di radiazioni ad altissima energia nello spettro dei raggi X e gamma. Tanto per avere un’idea, si parla di un campo magnetico almeno un milione di miliardi più intenso di quello terrestre! 

J1818.0-1607, però, è una magnetar un po’ speciale: ruota su se stessa molto più velocemente rispetto alle stelle di questo tipo (finora ne sono state scoperte una trentina), compiendo una rotazione ogni 1,4 secondi. Inoltre dovrebbe trattarsi della più giovane magnetar mai osservata, con un età di appena 500 anni: questa stima è stata ottenuta dagli scienziati analizzando la velocità con la quale la stella sta rallentando la sua rotazione.

ONDE RADIO. Infine, a differenza della maggior parte delle sue “compagne”, questa magnetar emette onde radio, come dedotto grazie alle osservazioni eseguite con il radiotelescopio Karl Jansky Very Large Array. La ricerca è stata realizzata da Harsha Blumer della West Virginia University e Samar Safi-Harb dell’Università di Manitoba in Canada i quali hanno pubblicato i risultati del loro studio su The Astrophysical Journal Letters.

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