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Via d’uscita dalla guerra nello Yemen

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Il 22 marzo l’Arabia Saudita ha annunciato un’iniziativa per mettere fine alla guerra nello Yemen e attuare un cessate il fuoco su scala nazionale. La proposta è stata respinta dal movimento Ansar Allah, noto come huthi, i ribelli sciiti schierati sul lato opposto di un conflitto che dura da sei anni.

Secondo gli huthi la proposta non garantisce una revoca completa del blocco imposto dai sauditi sull’aeroporto internazionale di Sanaa e sul porto di Hodeida dove transita, insieme al porto di Al Salif, l’80 per cento delle importazioni dello Yemen, compresi i beni alimentari di base e i carburanti. Gli huthi ora sono all’attacco ed è improbabile una loro resa o una ritirata. È molto probabile invece che continueranno il loro assalto a Marib e che avanzeranno nei territori sempre più risicati sotto il controllo del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, in esilio a Riyadh, spazzando via la sua fragile autorità.

Il 24 marzo il ministro degli esteri iraniano Jawad Zarif ha dichiarato che l’Iran sostiene un piano di pace che metta fine all’embargo e alla violenza.

A spingere l’Arabia Saudita a presentare la sua proposta è stata la debolezza della sua posizione in seguito al disfacimento della coalizione araba che ha sostenuto la sua offensiva e al dileguarsi del consenso internazionale nei confronti di questa insidiosa guerra alla sua frontiera meridionale.

Sul piano internazionale gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione di Barack Obama, dal 2015 hanno dato ai sauditi il via libera ai bombardamenti aerei contro gli huthi, che si erano impadroniti della capitale Sanaa nel settembre del 2014 e poi avevano esteso il loro controllo su gran parte della popolazione yemenita. Con il pretesto di contrastare l’espansione iraniana in questo angolo strategico della penisola Arabica, il 25 marzo 2015 l’Arabia Saudita lanciava la sua guerra nello Yemen.

In seguito l’ex presidente Donald Trump ha continuato ad appoggiare i sauditi senza sollecitarli a cercare una soluzione diplomatica per risolvere il conflitto. Con l’insediamento di Joe Biden i sauditi si sono ritrovati senza questa copertura internazionale, dato che a Washington diverse voci hanno messo in chiaro che uno dei pilastri della politica mediorientale della nuova amministrazione è di mettere fine alla guerra nello Yemen e rilanciare i negoziati con l’Iran (principale sostenitore degli huthi) sul suo programma nucleare.

Gli huthi negli ultimi mesi hanno intensificato i loro attacchi con i droni al cuore delle infrastrutture economiche saudite

Sul piano regionale gli Emirati Arabi Uniti, principale alleato dei sauditi, si sono ritirati dalla guerra ma conservano una roccaforte sulla costa che ne garantisce l’espansione marittima fino al Corno d’Africa. Il suo supporto agli yemeniti del sud ha resuscitato un vecchio progetto di separazione della regione meridionale costiera dallo Yemen unificato.

L’intervento degli Emirati ha avuto come conseguenza il consolidamento di un cantone indipendente a loro fedele. L’Arabia Saudita contava sull’Egitto e sul Pakistan, ma entrambi i paesi hanno esitato a farsi coinvolgere direttamente sul campo, lasciando Riyadh a combattere una guerra senza vere capacità militari, nonostante la sua avanzata forza aerea, grazie alla costante fornitura da parte dei governi occidentali, soprattutto Stati Uniti e Regno Unito.

A questa posizione saudita, debole e solitaria, si contrappone quella rinvigorita degli huthi, non più classificati come organizzazione terroristica a Washington. I ribelli hanno compreso rapidamente la debole posizione di Riyadh e negli ultimi mesi hanno intensificato i loro attacchi con i droni al cuore delle infrastrutture economiche saudite, prendendo di mira impianti petroliferi e aeroporti. L’offensiva saudita iniziale, che aveva l’obiettivo di mettere in sicurezza i suoi confini meridionali e respingere l’influenza iraniana, non ha avuto successo.

Un paese diviso
La cosiddetta dottrina Salman del 2015, un’ostentazione di forza mirata a un’opinione pubblica saudita scettica rispetto all’ascesa al vertice del governo di Mohammed bin Salman (detto Mbs), figlio di re Salman, è incespicata nello Yemen.

L’allora vice principe ereditario e ministro della difesa saudita aveva bisogno di una rapida vittoria nello Yemen che gli concedesse una nuova legittimità come salvatore e comandante militare. Mbs ha fallito nell’impresa. Al contrario, è rimasto da solo a implorare gli huthi di accettare la sua proposta di pace, che non è in grado di alleviare la sofferenza degli yemeniti né di soddisfare la loro aspirazione di mettere fine al conflitto.

Questa guerra civile non era inevitabile ma l’intervento militare straniero di Arabia Saudita ed Emirati non ha rianimato il progetto di uno Yemen riunificato e democratico, né ha affermato la prospettiva di due Yemen stabili, uno nel nord e uno nel sud, come è stato nel passato.

L’intervento straniero e i bombardamenti aerei hanno prodotto numerosi cantoni e milizie che controllano vaste aree, e allo stesso tempo competono e collaborano nel rendere quasi impossibile uno Yemen unificato, e men che meno un futuro di coesistenza sotto un governo democratico.

Vecchie e nuove alleanze
Storicamente l’Arabia Saudita ha preferito mantenere reti di sostegno tra le tribù yemenite del nord, i cui sceicchi ricevevano regolarmente sussidi e finanziamenti per restare fedeli alla famiglia reale saudita. A Sanaa i sauditi hanno sostenuto l’ex presidente Ali Abdullah Saleh (morto nel 2017), che però poi gli ha voltato le spalle costruendo una nuova alleanza con gli huthi, un tempo suoi acerrimi nemici.

Mohammed bin Salman ha quindi interrotto la vecchia rete di alleanze e ha optato per una guerra aperta, credendo che sarebbe diventato il padrone dello Yemen e della sua variegata popolazione. Di conseguenza, oltre a Saleh, gran parte delle tribù del nord ha cambiato campo schierandosi con gli huthi.

Oggi lo Yemen è in preda a una crisi umanitaria ed economica di proporzioni senza precedenti negli ultimi decenni. Secondo le Nazioni Unite almeno 16 milioni di yemeniti vivono in condizioni di carestia, e 2,5 milioni di bambini soffrono di malnutrizione. Le carenti infrastrutture del paese sono distrutte, al punto da rendere qualunque potenziale ricostruzione estremamente lunga e costosa.

Re Salman e suo figlio passeranno alla storia come i distruttori di un paese, di un popolo e delle sue risorse. Senza dei seri sforzi per contribuire alla ricostruzione dello Yemen il paese scivolerà in decenni di instabilità e miseria.

Come in tutte le guerre civili sostenute da potenze straniere che causano difficoltà economiche estreme, gli yemeniti hanno imbracciato le armi e ricevuto ricompense economiche in cambio della loro adesione a progetti politici che magari non corrispondono al loro interesse nazionale. Una volta che tutte le attività economiche e le opportunità di lavoro si sono esaurite è possibile sfamare i propri figli solo se si diventa combattenti al soldo di uno o più sostenitori internazionali.

Se la guerra si fermerà senza un preciso programma di ricostruzione c’è il rischio che in molti perderanno il proprio reddito e le fonti di sostentamento. In assenza di alternative reali che gli permettano di sopravvivere in un paese distrutto, i gruppi locali potrebbero non vedere un reale beneficio nella fine delle ostilità. L’offerta saudita non chiarisce come la pace e la ricostruzione economica potranno ripartire quando i bombardamenti aerei si saranno fermati. Oggi la guerra nello Yemen ha generato nuove forze che sembrano andare oltre la capacità dell’Arabia Saudita, che ha contribuito a questa distruzione, di arginare il conflitto o di ribaltare la situazione.

Con la comunità internazionale, compreso il governo britannico, che sta tagliando gli aiuti esteri e i programmi di sviluppo, le prospettive di pace nello Yemen non sembrano imminenti.

Alle Nazioni Unite dovrebbe essere consegnato un mandato internazionale per lanciare una nuova iniziativa di pace con obiettivi principalmente politici ed economici. Sul piano politico gli yemeniti dovrebbero essere incoraggiati a rivitalizzare quel momento storico del 2011 in cui tutte le fazioni e i gruppi hanno cercato la democrazia nelle “piazze del cambiamento” di molte città yemenite.

Sul piano economico la comunità internazionale, compresa l’Arabia Saudita, dovrebbe impegnarsi a contribuire a un fondo che avvii il lungo e faticoso percorso verso la ripresa.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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